Simone Benedetto

Identity for Sale illustra in modo sintetico e immediato, inequivocabile, questo tra co di informazioni che attraversa internet in modo sotterraneo e impercettibile. Sono persone prigioniere in teche trasparenti, esseri umani stoccati in casse accatastate come in un deposito, ciò che mostra l’opera a un primo sguardo. Ma la scultura muove dal gurativo, da una visione concreta, quasi terrorizzante, per comunicare in realtà qualcos’altro, di più smaterializzato. Sono le nostre identità ad essere trattate alla stregua di merce di scambio: i nostri gusti, le nostre preferenze, i nostri ricordi, i nostri dati personali. Sono tutte informazioni che riguardano la nostra vita privata, che ogni giorno con leggerezza e inconsapevolmente riversiamo nel web. Ignari delle conseguenze sono in pochi a chiedersi il destino di queste banche dati, spontaneamente alimentate da noi ogni giorno nei vari Social Network. Facebook, Instagram, Twitter concedono delle impostazioni sulla privacy con cui poter controllare la condivisione dei contenuti ma sono - per assurdo - liberi di riutilizzare gli stessi, attraverso una licenza d’uso da noi sottoscritta tramite la registrazione, per ricavarne danaro. I dati possono essere dunque raccolti, memorizzati, elaborati e utilizzati dalle varie società titolari, ma non solo: possono essere concessi anche a terzi come sottolicenza. Ma banalmente esistono anche tipi di software, de niti spyware, che sono atti a raccogliere informazioni riguardanti la nostra attività on-line (siti visitati, acquisti eseguiti in rete etc) senza un diretto consenso. Molti programmi free download celano in realtà software di questo tipo: all’apparenza gratuiti sono ripagati attraverso un’invasione della privacy dell’inconsapevole utente. Questi dati sono paragonabili a merce, anzi rappresentano una vera e propria miniera d’oro, poichè tracciando le abitudini di navigazione, in qualsiasi ambito, sono utili nell’orientare ad personam e in modo mirato le pubblicità in rete e non solo. Le opere di Simone Benedetto dunque vogliono lanciare un messaggio e nella fattispecie dare un segnale di allarme, dove però il ne ultimo non è tanto il formulare uno sterile giudizio sulle criticità del presente quanto la divulgazione e il raggiungimento di una consapevolezza collettiva.

“La possibilità di aggregare e analizzare grandi quantità di informazioni sta cambiando il mondo. Il mito secondo cui esiste uno spazio virtuale e autonomo dove è possibile avere più privacy dalle istituzioni sociali e politiche è morto. In un mondo in cui i dati sono merce, non c’è legge che possa difendere la libertà di internet. Serve una visione più nitida dell’apocalisse che ci attende per poter comprendere il bizzarro linguaggio della “sovranità dell’informazione” e a rontare le tentazioni del consumismo informativo.”
L’opera si può interpretare secondo di erenti chiavi di lettura, ma la domanda che nasce spontanea è se l’individuo verrà trascinato a fondo dalla barca o se sarà in grado ti ritirarla a galla. L’uomo, immortalato nel momento dello sforzo, si fa portavoce di molteplici questioni irrisolte. Una questione potrebbe essere la tratta dei migranti e le ricorrenti tragedie del mare o, in alternativa, si potrebbe riconoscere in lui qualcuno che tenta di lottare per recuperare una società che lentamente è destinata alla deriva.
Welcome è un’opera chiaramente riferita alle disgrazie che accadono ormai quotidianamente, dove centinaia di persone muoiono in cerca di un futuro migliore, attraversando il mediterraneo in condizioni precarie e approssimative. Il crescente numero di tragedie e l’indi erenza con la quale esse vengono trattate spinge l’artista ad a rontare questa di cile tematica materializzando “due metri cubi di mediterraneo” all’interno di una stanza. Rendendo concreta una realtà nora vissuta unicamente tramite uno schermo.
A ben guardare però avvicinandosi e girandoci attorno, il bambino in questione non indossa nessun grembiule ma una camicia militare, veste an bi e stretto a sé tiene un mitra. Lo sguardo è vacuo, assente. You must do it il titolo dell’opera, allude al di erente imperativo che contraddistingue bambini di provenienze geogra che diverse. Se nella società occidentale la norma si identi ca nel dover andare a scuola, altrove l’obbligo risulta essere infatti quello di combattere e rischiare la vita. Materializzando tramite la scultura problematiche a noi troppo lontane, o rendendone evidenti altre in cui, per assurdo, siamo troppo immersi.
Osservando meglio infatti si leggono nel volto della piccola angoscia e inquietudine, ampli cate dal gesto quasi materno della mano che copre gli occhi della bambola. Non possono non venire in mente le scene drammatiche dei campi profughi con bambini costretti ad a rontare situazioni che segneranno la loro vita per sempre. Secondo il rapporto Oxfam ogni giorno in Italia 28 minori stranieri svaniscono nel nulla, scappando dai centri di accoglienza e andando da soli incontro a un destino ignoto.
Nelle opere Demiurgo e Eos entra in scena la potenza dell’immaginazione dei bambini, la capacità di reagire al mondo esterno creando un proprio mondo fantastico. Nell’epoca dell’iper-realtà, in cui il virtuale è talmente concreto da togliere ogni spazio alla fantasia vediamo un bambino e una bambina dare vita come in un sogno a un mondo alternativo soltanto con la forza della propria mente. Lui seduto su un vecchio baule di giocattoli o su un immaginario forziere dei pirati, lei in piedi, entrambi con un oggetto illogico e strabiliante tra le mani e negli occhi lo stupore e l’incanto.
Nelle opere Demiurgo e Eos entra in scena la potenza dell’immaginazione dei bambini, la capacità di reagire al mondo esterno creando un proprio mondo fantastico. Nell’epoca dell’iper-realtà, in cui il virtuale è talmente concreto da togliere ogni spazio alla fantasia vediamo un bambino e una bambina dare vita come in un sogno a un mondo alternativo soltanto con la forza della propria mente. Lui seduto su un vecchio baule di giocattoli o su un immaginario forziere dei pirati, lei in piedi, entrambi con un oggetto illogico e strabiliante tra le mani e negli occhi lo stupore e l’incanto.
Questo è evidente anche in famiglia, con genitori prigionieri dei ritmi frenetici della società che delegano il loro ruolo allo schermo, che sia di una televisione, di un tablet o di uno smartphone. L’opera di Simone Benedetto, Eat, ci mostra un bambino che, accovacciato su un televisore, mangia voracemente i personaggi che da esso escono. Il contrasto tra il nero della scultura e i colori accessi dei pupazzetti riproduce l’impatto che gli stimoli visivi della tv hanno sull’emotività dei bambini in un’incontrollata abbu ata di immagini abbaglianti.
Se una volta erano la televisione o i videogames, oggi a esser l’oggetto del desiderio di un qualsiasi bambino è lo smartphone, diventato per chiunque una irrinunciabile e onnipresente appendice. Ansiolitico multimediale, che riduce la solitudine mantenendo continuamente presente anche ciò che è assente, relega sempre di più su un piano virtuale i rapporti interpersonali, rendendo super ua l’interazione sica e reale tra individui. Traslitterazione del limaccioso pantano tecnologico da cui siamo fagocitati è lo schermo semiliquefatto di uno smartphone extrasize, da cui tentano la fuga, con disperato e inutile sforzo, umane gure stravolte dal terrore.
Ma il titolo di questa serie contiene un altro indizio, il termine coltan, che ai più suona come misterioso e ignoto, e che porta con sé un altro livello di lettura, a rontando temi di carattere sociale non così noti all’opinione pubblica mondiale, perché non divulgati, se non occultati, dai mass-media. Il coltan è un minerale, una materia prima, che viene utilizzato dalle industrie per la costruzione di componenti elettronici di cellulari e computer. Nelle miniere congolesi, da cui viene estratto il coltan, vengono schiavizzati e sfruttati ogni giorno migliaia di giovani e giovanissimi, costretti a lavorare come minatori in condizioni al limite dell’umano. Il tra co di coltan, a causa della forte richiesta del minerale e di un aumento del suo prezzo del 600% in 4 anni, è nito in mano a guerriglieri locali, autorità corrotte, multinazionali occidentali e organizzazioni criminali internazionali, privando il suo mercato di qualsiasi regola. Le multinazionali dell’elettronica come anche chi, in modo indiretto, acquista l’ultimo modello di smartphone, contribuiscono a mantenere l’Africa in una situazione così compromessa e incontrollabile dettata esclusivamente da interessi economici e giochi di potere. Coltan Escape signi ca perciò anche il ri uto di accettare determinate ingiustizie cercando di divulgare attraverso l’arte, ove possibile, una maggiore informazione e sensibilizzazione al riguardo.
Ma il titolo di questa serie contiene un altro indizio, il termine coltan, che ai più suona come misterioso e ignoto, e che porta con sé un altro livello di lettura, a rontando temi di carattere sociale non così noti all’opinione pubblica mondiale, perché non divulgati, se non occultati, dai mass-media. Il coltan è un minerale, una materia prima, che viene utilizzato dalle industrie per la costruzione di componenti elettronici di cellulari e computer. Nelle miniere congolesi, da cui viene estratto il coltan, vengono schiavizzati e sfruttati ogni giorno migliaia di giovani e giovanissimi, costretti a lavorare come minatori in condizioni al limite dell’umano. Il tra co di coltan, a causa della forte richiesta del minerale e di un aumento del suo prezzo del 600% in 4 anni, è nito in mano a guerriglieri locali, autorità corrotte, multinazionali occidentali e organizzazioni criminali internazionali, privando il suo mercato di qualsiasi regola. Le multinazionali dell’elettronica come anche chi, in modo indiretto, acquista l’ultimo modello di smartphone, contribuiscono a mantenere l’Africa in una situazione così compromessa e incontrollabile dettata esclusivamente da interessi economici e giochi di potere. Coltan Escape signi ca perciò anche il ri uto di accettare determinate ingiustizie cercando di divulgare attraverso l’arte, ove possibile, una maggiore informazione e sensibilizzazione al riguardo.
Ma il titolo di questa serie contiene un altro indizio, il termine coltan, che ai più suona come misterioso e ignoto, e che porta con sé un altro livello di lettura, a rontando temi di carattere sociale non così noti all’opinione pubblica mondiale, perché non divulgati, se non occultati, dai mass-media. Il coltan è un minerale, una materia prima, che viene utilizzato dalle industrie per la costruzione di componenti elettronici di cellulari e computer. Nelle miniere congolesi, da cui viene estratto il coltan, vengono schiavizzati e sfruttati ogni giorno migliaia di giovani e giovanissimi, costretti a lavorare come minatori in condizioni al limite dell’umano. Il tra co di coltan, a causa della forte richiesta del minerale e di un aumento del suo prezzo del 600% in 4 anni, è nito in mano a guerriglieri locali, autorità corrotte, multinazionali occidentali e organizzazioni criminali internazionali, privando il suo mercato di qualsiasi regola. Le multinazionali dell’elettronica come anche chi, in modo indiretto, acquista l’ultimo modello di smartphone, contribuiscono a mantenere l’Africa in una situazione così compromessa e incontrollabile dettata esclusivamente da interessi economici e giochi di potere. Coltan Escape signi ca perciò anche il ri uto di accettare determinate ingiustizie cercando di divulgare attraverso l’arte, ove possibile, una maggiore informazione e sensibilizzazione al riguardo.

Collective Exhibition

2017 MONFORTE CONTEMPORANEA Monforte

2017 COLLECTIVE EXHIBITIONS Galleria Davide Paludetto Torino

2017 MAUTO Museo MAUTO Torino

2017 SENZA FRONTIERE Parco d'arte Quarelli Roccaverano

2016 TRANSITORY PEOPLE Parco d'arte Quarelli, Roccaverano

2016 GAP Torino esposizioni Galleria Franz Paludetto

2016 MISERERE Chiesa di san Vittore, Vercelli

2015 COFFI FESTIVAL Berlino

2015 SCULTURE NEL PARCO Venezia isola delle rose fondazione Mazzoleni

2015 TRASMUTAZIONI Chiesa di san Vittore, Vercelli, a cura di Francesca Canfora

2015 USELESS ARMI Torino esposizioni

2015 GAP Torino esposizioni Galleria Franz Paludetto

2014 sCOLPITI DALLA CRISI Camera di commercio per l'artigianato e l'industria, Torino

2014 sCOLPITI DALLA CRISI Castello di Rivara, Rivara (Torino), a cura di Francesca Canfora

2014 GAP Torino esposizioni Galleria Franz Paludetto

2015 PARATISSIMA Torino esposizioni

Competition

2016 PREMIO ORA vincitore del premio ORA

2013 PARATISSIMA vincitore primo premio

2013 ZOOMAGINARIO bioparco Zoom, vincitore del primo premio

Solo Show

2017 OUT OF CONTROL Galleria Paludetto, Torino

2016 SIMONE BENEDETTO Galleria Paludetto, Torino

2016 SIMONE BENEDETTO Galleria Marconi, Cupra Marittima

2015 SIMONE BENEDETTO Galleria Franz Paludetto, Torino

2014 IDENTITY FOR SALE Palazzo civico comune di Torino

2014 BLACK MIRROR OF SOCIETY Paratissima, Torino

Fair

ARTEFIERA VERONA Galleria Paludetto